Il perdono come superamento della ferita narcisistica.

perdono

La possibilità di lasciarsi andare alla relazione, di entrare nella dimensione relazionale, è un’esperienza che implica l’uscire fuori dalla propria individualità narcisistica, senza tale passaggio non è possibile l’accesso dall’Io al Noi.
Ci sembra interessante in questa sede, potere dedicare un breve spazio all’esperienza narcisistica in senso lato, in quanto ci offre l’opportunità di guardare al campo relazionale che la contraddistingue e che, nella misura in cui, resta modalità predominante e rigida nell’incontro con l’Altro, impedisce l’intimità, la vicinanza e il contatto pieno.
In PdG parliamo di “narcisismo” in termini di vuoto relazionale che porta l’organismo all’incapacità di fidarsi e di affidarsi pienamente all’ambiente. Tutto questo ha radici profonde e si origina a partire dall’esperienza originaria che il bambino fa con la madre.
La madre del narcisista è una madre “piccola” (tra l’altro non sostenuta nel qui-e-ora dal proprio partner) e nel rapporto col proprio figlio, si fa guidare dai propri bisogni “irrisolti” piuttosto che da quelli del bambino. Questi, se vuole conservare il sorriso della madre e quegli occhi che lo guardano con la luce dell’amore e dell’ammirazione, dovrà rispondere al sogno della madre, comportarsi come lei desidera e negare progressivamente i propri bisogni di bambino in crescita. Il bambino viene investito di una grande responsabilità e di grandi attese. Il narcisista è stato un bambino obbediente e ha sempre cercato di non arrecare dispiacere ai genitori. Nella genesi relazionale di quella che sarà poi la persona “centrata sulla propria immagine” c’è stata una scelta di grande altruismo e generosità: il sacrificio di parti di sé davanti alle attese della madre o del caregiver.
Ma purtroppo tutto ciò ha un costo: egli ha smesso di essere spontaneo, di avere familiarità con il suo vero sé (sa chi dovrebbe essere ma non sa chi è!) che, in tal modo, rimane misterioso: egli non sa chi è ed ha dentro un senso di vuoto. Si sviluppa così un falso sé, la sensazione di essere un bluff e una certa facilità al sentimento dell’umiliazione da cui egli si difende attraverso la sua grandiosità.
L’essere rimasto agganciato al sé ideale, lo porta ad essere ‘grandioso’, sentimento non supportato dalla percezione del sé reale e finalizzato a negare l’umiliazione di non essere in contatto con se stesso (la grandiosità è di fatto una difesa!). Nell’esperienza narcisistica c’è dunque l’esperienza del ‘non essere visti’ se non nella misura in cui bisogna essere in un certo modo.
Questa storia di ‘amore sacrificato’ rimarrà nel cuore del bambino, anche quando sarà cresciuto e ciò lo porterà ad una ossessiva ricerca di quello sguardo d’amore nel quale egli si riconosce ed ha l’illusione di ritrovare se stesso. Conseguenza di ciò è che, nell’esperienza narcisistica, l’Altro è vissuto come uno specchio che rimanda e conferma l’immagine di sè per cui sperimentare il contatto pieno nella relazione con gli altri, diventa un’impresa ardua o perfino impossibile. Anche nei rapporti affettivi, dopo la fase dello stupore e della seduzione, il narcisista sentirà il peso del quotidiano (percepito come banale) e la paura di dover ancora una volta sacrificare se stesso, per cui si sentirà soffocato da ogni richiesta. Il narcisista ha un intuito pazzesco per capire cosa vuole l’altro; da bambino sviluppa una pre-comprensione dell’altro e questa costituisce l’anticamera della non fiducia nell’altro. Neppure nella relazione affettiva avrà fiducia: l’altro verrà percepito piccolo e incapace di contenerlo, perciò quando avvertirà il dissenso, o non lo esprimerà (sottraendosi alla relazione) o l’esprimerà con disprezzo e rifiuto dell’altro. Il narcisista ha difficoltà di stare nei legami, non di entrarci: egli si innamora quando si sente visto perché rivive l’illusione di ritrovare il suo vero sé, ma al minimo conflitto in cui l’altro fa delle richieste per sé, ritorna al vecchio schema del sé ideale: “Tu mi vuoi per i tuoi scopi”.
Il cammino di maturazione e di rinascita che il narcisista sarà chiamato a fare se si renderà disponibile a questo, sarà per lui una grande occasione per uscire dalla nuvola delle apparenze per scoprire, da una parte, il “vero sé” e, dall’altra, il territorio inesplorato dei genuini rapporti umani, nei quali è possibile sperimentare accettazione incondizionata e calore. Imparerà ad esprimere la rabbia e il dolore per non essersi sentito amato in modo incondizionato e per aver sacrificato troppo presto una parte di sé. Conoscerà lentamente una tristezza nuova accompagnata da un profondo senso d’integrità, di pace con se stesso: una tristezza molto diversa da quella depressiva che sperimentava alla chiusura dei sipari e al termine degli applausi.
Ritroverà, dice A. Lowen, la pienezza del ‘corpo vissuto’ dopo essersi fissato per molto tempo sul ‘corpo immagine’. Sentirà la forza e la fecondità di esperienze che ha sempre cercato di evitare: la fragilità, la tristezza, il non essere (né lui, né il suo gruppo, né la sua opera) migliore degli altri ma “come” gli altri, l’imbarazzo di entrare in contatto con parti infantili di sé, l’umile mettersi in discussione, il gusto del ritirarsi, l’accogliere il rifiuto senza deprimersi e il consenso senza esaltarsi, il condividere le proprie difficoltà con gli altri, il fidarsi dell’ambiente. I suoi occhi si apriranno e scoprirà la bellezza di coloro che prima percepiva “brutti”: gli umili, i deboli, gli incapaci, i falliti. Solo così potrà abbandonare il sogno-a-due del quale era prigioniero, per costruire insieme agli altri il sogno della compagnia degli uomini accogliendo e condividendo limiti e grandezze dell’esistenza nella gratitudine e nel confronto, nella tenerezza e nell’umiltà.

Tratto dalla Tesi di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt
“La danza relazionale nell’esperienza risanatrice del perdono”
Dr.ssa Milena Dell’Aquila, 2014

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13 thoughts on “Il perdono come superamento della ferita narcisistica.

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