Il dove, il come e il quando dell’intersoggettività.

intersoggettivita

Nel testo curato da M. Spagnuolo Lobb, “Il permesso di creare” troviamo che, caratteristica di ogni relazione, dovrebbe essere la creatività che trova espressione e attuazione «nella “terra di nessuno” che c’è tra due persone» (N. Amendt-Lyon in Spagnuolo Lobb, 2007, p.25)[1]. Il processo di contatto tra individui e lo sviluppo delle relazioni rappresenta l’espressione creativa della persona ed è ciò che differenzia un funzionamento sano da uno che non lo è. «L’espressione creativa all’interno della relazione implica un campo relazionale, fatto di co-creazioni e dipendenza reciproca» (idem, p.29),  laddove  «la co-creazione (…) è possibile nella misura in cui i partner siano presenti con tutta la loro vitalità al confine di contatto» (Spagnuolo Lobb, 2007, p.25).

Le basi teoriche dell’intersoggettività e della co-creazione al confine di contatto che troviamo nella Psicoterapia della Gestalt, hanno trovato sostegno, oltre che negli studi sull’intersoggettività di Daniel Stern, anche nelle neuroscienze.

Sappiamo che una delle principali competenze relazionali dell’uomo, consiste nel riuscire a comprendere empaticamente le emozioni e gli stati d’animo dei propri simili, capacità che trova il proprio fondamento neurofisiologico nella presenza dei neuroni specchio.

Le più recenti ricerche sui neuroni-specchio, infatti, dimostrano che «Gran parte delle nostre interazioni con l’ambiente e dei nostri stessi comportamenti emotivi dipende dalla capacità di percepire e di comprendere le emozioni altrui. (…) Tali forme di risonanza emotiva rendono possibile l’istaurarsi e il consolidarsi dei primi legami interindividuali» (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006, p. 168-169)[2].

La nostra capacità di provare emozioni e la capacità del nostro cervello di dare un significato ad esse, è ciò che ci consente di orientarci tra le molteplici risposte sensoriali e le risposte più opportune che possiamo attivare nella relazione con l’ambiente. Esse ci guidano al fine di promuovere la nostra sopravvivenza ed una condizione di benessere per il nostro organismo.

Darwin ci ricorda che le nostre emozioni primarie quali la rabbia, la gioia, la sorpresa, la paura, il dolore, il disgusto ecc…, si sono sedimentate in noi nel corso del nostro sviluppo, in quanto hanno un’importantissima utilità adattativa. In questa capacità del genere umano di provare emozioni, è insita anche la capacità di comprendere le emozioni altrui e tale risonanza emotiva rende possibile l’istaurarsi dei legami interindividuali.

Le intuizioni darwiniane sono oggi supportate dagli studi e dalle ricerche neuroscientifiche, grazie alle quali possiamo oggi affermare che esistono zone del nostro cervello deputate alla comprensione degli stati emotivi altrui attraverso l’attivazione di un meccanismo specchio in grado di codificare l’esperienza sensoriale direttamente in termini emozionali. L’osservazione di volti altrui che esprimono un’emozione determinerebbe un’attivazione dei neuroni specchio presenti, in particolare, in una zona del nostro cervello chiamata “insula” una zona che, lungi dall’essere “un’isola” (origine etimologica del termine), è piuttosto ricca di collegamenti neuronali che la rendono «un centro di integrazione viscero-motoria la cui attivazione provoca la trasformazione degli input sensoriali in reazioni viscerali» (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006, p. 180-181). Nel momento in cui vediamo, sentiamo o immaginiamo altri fare o provare delle cose, il nostro cervello innesca le stesse strutture neurali motorie e viscero-motorie responsabili delle nostre azioni o emozioni, per cui «la comprensione immediata, in prima persona, delle emozioni degli altri, che il meccanismo dei neuroni specchio rende possibile, rappresenta il prerequisito necessario per quel comportamento empatico che sottende larga parte delle nostre relazioni interindividuali. (…) Il meccanismo dei neuroni specchio incarna sul piano neurale quella modalità di comprendere che, prima di ogni mediazione concettuale e linguistica, dà forma alla nostra esperienza degli altri» (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006, pp. 181-183).

pace-israele-palestinaNel momento in cui guardiamo al perdono come esperienza interindividuale, possiamo facilmente comprendere le connessioni esistenti tra le basi neurologiche dell’empatia e la capacità che abbiamo, in virtù di questa, di accedere all’esperienza del perdono.

Questa è appunto la base, ma ciò che ci consente di rendere tale possibilità reale e concreta, dipende da altri fattori che appartengono al campo relazionale esistente tra offensore e offeso. Tali fattori riguardano per esempio, chi è la persona in questione, che tipo di rapporti intercorrono con essa, quanto si riesce di fatto a mettersi nei suoi panni, l’intenzione di farsi più o meno carico della sua situazione emotiva, dei suoi desideri, delle sue aspettative. Aspetti questi che appartengono di fatto allo sfondo relazionale nel quale i due individui sono immersi.

Sicuramente i rapporti che intercorrono con l’altro, il tipo di legame esistente e la percezione che si ha di lui o di lei in termini di amico/nemico per esempio, influenzano in modo rilevante il livello di risonanza emotiva nei suoi confronti. Ciò determina la possibilità o meno, dell’insorgere di uno spazio di azione potenzialmente e “spontaneamente” condiviso in cui potere sperimentare l’ “andare verso” l’altro per una compartecipazione empatica reciproca.

«Il movimento verso l’altro è armonico e, come in una danza, procede per piccoli passi che vengono co-creati» (Spagnuolo Lobb, 2007, p.67). In un’ottica di intenzionalità relazionale, il perdonare non può esser visto come un processo esclusivamente intrapsichico e individualistico, ma necessita di un luogo, di uno spazio e di un tempo, in cui l’organismo possa sentirsi coinvolto in un’esperienza che sia insieme relazionale, psichica, viscerale e neuronale, che porti l’io ed il tu ad una nuova verità, ad una momentanea configurazione armonica che, nel suo divenire, si evolva e faccia posto, man mano, a nuove ed altre figure (Spagnuolo Lobb, 2007).

Nell’interazione con l’altro, la persona è portatrice di un livello esperienziale diacronico, ovvero della sua storia evolutiva, e di un livello sincronico, cioè della figura del disagio attuale e dell’intenzionalità di contatto che cerca di portare a compimento (Spagnuolo Lobb, 2011), motivo per cui, l’esperienza del perdonare diventa il frutto del vissuto di interezza dei due individui, visti come “totalità dialogica” che porta con sé i segni della storia relazionale degli individui che vi appartengono, dei loro schemi relazionali corporei e sociali assimilati nei contatti sperimentati precedentemente..

Nell’osservazione di questo processo ci aiuta, non tanto guardare se la persona ha raggiunto le sue mète, ma piuttosto come essa ha realizzato l’intenzionalità di contatto adattandosi creativamente alla situazione ovvero «la “musica” derivante dalle scelte creative operate su uno sfondo esperienziale» (Spagnuolo Lobb, 2011, p.99).

Ciò che più ci attrae è guardare alla sincronizzazione reciproca dei due partner, basata sulla capacità dell’individuo di sintonizzarsi con l’altro essendo presente con tutti i suoi sensi. Ciò a partire dall’apprendimento dei “modi di essere-con” ovvero della sua modalità olistica di contattare l’ambiente (Spagnuolo Lobb, 2011).

 

Tratto dalla Tesi di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt
“La danza relazionale nell’esperienza risanatrice del perdono”
Dr.ssa Milena Dell’Aquila, 2014


[1] Margherita Spagnuolo Lobb (a cura di) (2007) Il permesso di creare. L’arte della psicoterapia della Gestalt. Milano: FrancoAngeli.
[2] Rizzolatti G., Sinigaglia C. (2006) So quel che fai, Milano: Raffaello Cortina.
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