Approccio all’esame sociologico delle donne vittime di abuso

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Intervento in occasione della IV Giornata seminariale del Corso di Criminologia Forense su “Donne & Lavoro; violenza come riconoscerla e prevenirla” dell’11 Ottobre 2008 presso il Polo Universitario di Trapani.

Quando mi è stato proposto di preparare un intervento che avesse come oggetto la violenza sulle donne, ho cominciato a riflettere e a chiedermi quale personale contributo avrei voluto/ potuto portare in questa sede.
Mi sono subito sentita coinvolta e ho cominciato a guardare prima di tutto me stessa come donna, come moglie, come madre, come professionista…e il modo in cui mi trovo a gestire giorno dopo giorno, le situazioni più o meno difficili, più o meno impegnative che mi si presentano, quali meccanismi e strategie utilizzo e come regolo e canalizzo le mie energie verso i vari obiettivi che perseguo.
In questo senso il pensiero è andato inevitabilmente a tutte quelle donne che, a vario titolo, per la professione che esercito, mi hanno chiesto aiuto permettendomi di entrare nelle loro storie, conoscere le loro speranze, i loro desideri, i loro bisogni, i loro progetti e di accompagnarle in momenti particolarmente delicati della loro vita.
Ho riflettuto su tutto questo e su ciò che ha accomunato, e accomuna tuttora, le richieste di aiuto delle mie utenti.
Si giunge a chiedere aiuto nel momento in cui si sente che le strategie ed i meccanismi relazionali fino a quel momento utilizzati, non funzionano più, non c’è un’equivalenza tra le risorse utilizzate e i risultati che si ottengono, tra l’investimento di energie e la soddisfazione dei bisogni. Tutto ciò porta ad accrescere il senso di frustrazione e la sensazione di smarrimento nonché di svuotamento che, giorno dopo giorno, logora e fa sentire sempre più insoddisfatti ed inconcludenti.

E in questo panorama diventa sempre più chiaro che il bisogno, l’urgenza comune a tutte loro è quella di rivedere, modificare, ampliare, rinnovare la propria visione di sé stesse e di ciò che contraddistingue la loro relazione con gli altri (siano essi i partners, i figli, i colleghi, gli amici o i conoscenti).
Il malessere che accomuna queste donne, e quindi il bisogno tacito che esprimono, è proprio finalizzato ad acquisire una maggiore chiarezza di sé stesse come donne, è finalizzato a comprendere e a prendere coscienza dei propri bisogni inespressi e quindi insoddisfatti; a comprendere i gap relazionali che non consentono loro di godere a pieno della relazione col proprio partner; a comprendere e a decontaminare – per dirla con Eric Berne – il proprio campo da quello dell’altro, per capire quali sono i propri bisogni e quali possono essere le richieste da fare per sentirsi meno insoddisfatte, meno frustrate, più padrone e protagoniste della propria vita, dei propri ruoli – oggi come oggi più che mai poliedrici – e che implicano la canalizzazione e l’utilizzo delle proprie energie in modi diversi e sempre nuovi, per potere rispondere alle aspettative interne ed esterne, ai bisogni di realizzazione personale e professionale, come donne casalinghe, come donne che lavorano, come donne che sono anche mamme, come donne che sono anche mogli e compagne.
A questo proposito, di recente ho letto un libro dal titolo “Mamme acrobate”. L’autrice, Elena Rosci psicoterapeuta, accompagna il lettore in un viaggio di conoscenza dei ruoli e dei compiti che la donna oggi è chiamata ad assolvere.

Emerge da queste pagine la difficoltà e la fatica che le donne oggi fanno per definire la propria identità all’interno dei tanti ruoli nei quali ella sente di “dovere” investire delle energie immani perché è sua la responsabilità della famiglia, dei figli, della propria realizzazione professionale. La donna oggi, rispetto alle donne del passato, è un po’ una pioniera chiamata a definirsi e a ridefinirsi in termini di identità all’interno di questa realtà multiforme ed in continuo cambiamento. Il rischio è quello di andare incontro all’“esaurimento” nel senso di finire per “esaurire” le proprie energie fisiche, psichiche ed emotive.
La differenza tra la donna che “sta male” e quella che “sta bene” sta, a mio avviso, nell’avere consapevolezza prima di tutto del proprio valore di donna, delle proprie energie e delle proprie risorse nonché dall’utilizzo “strategico” che di esse se ne fa: strategie e modalità sane che conducono a dinamiche a loro volta sane e funzionali, piuttosto che strategie e modalità disfunzionali che vanno verso la malattia e la distruttività.

Il sottotitolo del libro riporta la seguente frase “In equilibrio sul filo della vita senza rinunciare alla felicità” . Ed io penso che oggi parliamo proprio di donne sul filo della vita, un filo pericoloso proprio perché cosi sottile da potere fare la differenza tra la felicità e la disperazione, tra la salute e la malattia, tra il ben-essere ed il mal-essere.

Premetto che ciò che vi proporrò oggi rappresenta per lo più una generalizzazione di un fenomeno complesso che presenta diversi livelli di problematicità e caratteristiche peculiari che variano da caso a caso.
Siamo consapevoli del fatto che esiste una gamma altamente variegata delle forme di abuso, ma non potendo svilupparle tutte contemporaneamente in questa sede, ho centrato il mio intervento sulle dinamiche relazionali “malate” che, più di altre, ci danno la possibilità di effettuare un’analisi retrospettiva dei meccanismi psicologici individuabili in questo tipo di relazioni.
Considerando poi le caratteristiche del nostro sub-strato socio-culturale e le problematiche tipiche della nostra terra, ho ritenuto più proficuo prendere come oggetto di analisi il fenomeno dell’abuso familiare come quello più rappresentativo.
Altro aspetto che tengo a precisare è che esistono naturalmente casi in cui l’uomo è vittima di un persecutore-donna, ma durante la mia esposizione darò al “persecutore” un’identità maschile e alla “vittima” un’identità femminile, visto che la percentuale di questi casi è significativamente più alta.

La Violenza sulla Donna.
Un argomento, questo, vecchio quanto l’umanità.
La storia dell’umanità è intessuta di violenza e l’individuo si evolve nella misura in cui riesce a contenere e incanalare la sua aggressività imparando nello stesso tempo a proteggersi da quella altrui.
Una certa dose di egoismo e il culto di se stessi sono in buona misura accettati e perfino ammirati all’interno della società in cui viviamo, tanto che la maggior parte della gente rimane spesso affascinata da questo tipo di personalità.
Il meccanismo della violenza richiede che la vittima sia più debole del carnefice.

Nelle relazioni di vita quotidiana l’aggressivo e il violento rifuggono da chi è psicologicamente solido.
Il predatore cerca la sua vittima, che spesso a sua volta “è in cerca” del suo predatore.
Tra adulti, una persona apparentemente volitiva, ben inserita nel lavoro e nella società, piena di amici, può avere dentro di sé insicurezze e bisogni profondi mai soddisfatti che il predatore fiuterà, proponendosi prima come un innamorato attento e premuroso e poi, dopo aver fatto breccia nelle difese della vittima, come il membro più forte della coppia che accetta le debolezze dell’altro e decide al suo posto, come colui che la tollera come un implacabile e sarcastico distruttore, che disprezza l’altro, che non lo lascia unicamente per pietà, annientandone ogni sicurezza e autostima, predandone i sentimenti e la vita.
La relazione tra carnefice e vittima è sottile e, in un certo qual modo, “gratifica” entrambi: l’affermazione che non ci sarebbe una vittima se non ci fosse un persecutore è realistica tanto quanto quella che sostiene che non ci sarebbe un persecutore se non ci fosse una vittima.
Cosi come nel persecutore è presente il bisogno malato e perverso di far sentire l’altro una nullità, inadeguato, patetico, carente, per aver un controllo ed un potere assoluto sulla vittima, in quest’ultima c’è la convinzione reale di non meritare di essere amata in modo sano, laddove l’emozione predominante è l’angosciante paura di venire abbandonata, di essere lasciata sola.
Per questo ed altri motivi, la vittima giunge  persino ad umiliarsi e ad annullarsi, implorando pietà, sacrificando la propria dignità, per “amore” del suo persecutore e carnefice.
Ci chiediamo a questo punto quale ruolo “assuma” una donna che cade vittima di un carnefice. Probabilmente il copione perverso ha avuto il suo inizio molto tempo prima che la vittima incontrasse il suo attuale carnefice, motivo per cui si può comprendere come, un’analisi psicologica delle donne vittime di abuso, non possa prescindere dall’analisi psicologica e di personalità del persecutore.

gauguin_donne3Il Persecutore
La patologia più comunemente riscontrabile nella personalità del carnefice è il narcisismo. Esso prende il nome dal mito di Narciso, un uomo che, specchiandosi nelle acque, si compiaceva della sua bellezza, restando prigioniero di se stesso e invischiato in un rapporto fusionale con la proiezione della propria immagine. Nel mito Narciso fugge, non si concede a chi lo ama e soffre per lui.
E’ autonomo, mostra di non aver bisogno di nessuno e di non accorgersi degli altri.
I narcisisti sono di solito molto intelligenti, simpatici, geniali, eloquenti, incantatori, desiderosi di conquistare tutti e molto sicuri di sé. Sono persone che attraggono e conquistano, ma dalle relazioni con loro se ne esce spesso “massacrati”.
Un narcisista è colui che, imprigionato nello sguardo verso se stesso, è incapace di aprire lo sguardo verso l’altro che viene spogliato della sua umanità, reso oggetto, ignorato e/o mortificato. Nel gioco perverso della relazione abusante, egli è capace di giocare il ruolo della vittima, scrollandosi di dosso ogni responsabilità.
Il narcisista ha bisogno del ruolo del protagonista sul palcoscenico e degli applausi del pubblico, ma dopo che le luci dei riflettori si spengono, sprofonda nuovamente nel suo angosciante senso di solitudine, che egli cerca di annientare attraverso il controllo e la sottomissione del partner. Chi vive al suo fianco è spesso il capro espiatorio dei suoi stati d’animo. Se il narcisista si sente troppo “legato” a lei o la sente troppo forte, si vendica colpevolizzandola e attaccandola apertamente oppure richiudendosi nel silenzio e nella passività per ristabilire la sua supremazia e il suo potere nella relazione, rendendo la compagna insicura e svalutandola.
A volte sceglie una donna forte per poterla rendere debole, e quando lei diventa debole, non prova più alcun interesse nei suoi confronti. Con i narcisisti difficilmente s’instaura una relazione di interdipendenza in cui l’uno dipende dall’altro per lo sviluppo delle rispettive potenzialità.
Il narcisista attrae donne dipendenti: il fatto di essere un uomo “perfetto”, gli da l’illusione di poter instaurare un rapporto di condivisione totalizzante. E’ insofferente e permaloso. Non sopporta di essere criticato e reagisce in modo rabbioso anche per un appunto banale che gli si fa. La sua competenza relazionale consiste nella capacità di saper cogliere i punti deboli degli altri per “sedurli”. La sua attività professionale, soprattutto se brillante e autonoma, costituisce l’aspetto predominante della sua vita perché gli dà la possibilità di dimostrare quanto vale. Ha una forte tendenza a usare gli altri per ottenere ciò che vuole e quando non ottiene ammirazione, mette in atto giochi di potere per sentirsi più forte, seducendo oppure denigrando e accusando chi non lo ammira o non la pensa come lui.
Il partner carnefice attinge il sentimento del proprio valore dall’oppressione del partner vittima: unica modalità per non correre il rischio di diventare vittime è sottomettere l’altro.

gauguin_donne4La Vittima
Come in un “incastro perfetto”, la vittima potrebbe avere alcune delle caratteristiche del disturbo di personalità di tipo dipendente: tale disturbo è caratterizzato da una pervasiva ed eccessiva necessità di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione, che compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà  di contesti.
Le persone con questi tratti di personalità desiderano, generalmente, una relazione “simbiotica” con chi è in grado di proteggerli dal “resto del mondo” e di prendersi cura di loro. Questo li porta a scegliere partners con caratteri forti, che assumono nei loro confronti comportamenti di controllo e di dominio. La persona tende a richiedere rassicurazioni e conferme e tende a vivere qualsiasi gesto di allontanamento, se pur minimo, come un possibile e doloroso abbandono.
Le persone dipendenti hanno un’idea di sè pervasa dalla paura di essere sbagliate, inadeguate, incompetenti, che le rende insicure e con una bassa percezione del proprio valore e della propria efficacia. Questa convinzione rinforza la paura di venire abbandonate dall’altro, sensazione che aumenta la percezione di fragilità e vulnerabilità. Tale dipendenza relazionale, pur rappresentando un equilibrio personale, nel tempo è dannoso per il soggetto dipendente, che sacrifica se stesso in funzione della relazione e che, paradossalmente, finisce spesso per essere lasciato, in quanto “noioso e seccante” e non degno di stima agli occhi del partner, sortendo così l’effetto opposto a quello desiderato.
Se la relazione dipendente finisse, emergerebbe il bisogno immediato di trovare subito una nuova figura affiliativa con cui ristabilire tale legame.
La psicologa americana Robin Norwood nel suo libro “Donne che amano troppo”, scritto negli anni ’70, definisce chiaramente ciò che vuol dire “dipendenza affettiva”:
“Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.
Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo.
Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo. ”


gauguin_donne2La Relazione Vittima-Carnefice.

Detto questo possiamo definire più chiaramente il significato di ciò che intendiamo per “relazione perversa”.
Si definisce “perverso” qualsiasi tipo di rapporto che non si basi su uno scambio affettivo costruttivo, premuroso ed empatico, ma piuttosto sulla distruttività, l’aggressività e la “crudeltà mentale”.
Il rapporto sadico è un rapporto che sottrae energie anziché crearle, che conduce alla distruzione anziché alla costruzione esistenziale.
Le regole che contraddistinguono la relazione sono note soltanto agli attori in gioco e coloro i quali sono vicini alla coppia, parenti o amici, spesso pur avendo sentore che qualcosa non va, non riescono a definirlo, ottenendo in risposta la reazione della vittima che ha comunque bisogno di proteggere la relazione, per quanto malata essa possa essere. In nome della famiglia e dei figli le vittime accettano ogni tipo di sopruso e gradualmente finiscono per “amare il dolore”, unico riconoscimento della loro esistenza.
L’ultimo stadio della dipendenza nasce dalla gratificazione masochistica del piacere della sofferenza: il dolore diviene il mezzo attraverso cui l’altro dimostra un interesse, proprio come se la violenza rappresentasse la “folle prova” dell’amore reciproco.

gauguin_donne5L’Intervento
L’intervento consiste in un percorso individuale in cui la donna possa essere accompagnata in un viaggio alla scoperta di sè e della consapevolezza della sua condizione di “vittima”, affinché essa possa sganciarsi dal proprio persecutore e potere riprendere in mano le redini della propria vita.
L’obiettivo della relazione con il professionista di aiuto sta proprio nel fare esperienza di una relazione sana, contenitiva, che contrasti il senso di smarrimento e di solitudine che caratterizza il suo stato d’animo e il suo vissuto: la richiesta di aiuto diventa il momento in cui la donna decide di uscire fuori dall’isolamento della violenza subita, violando il patto segreto che la univa al suo persecutore.
La vittima ha bisogno per prima cosa di essere aiutata a riprendere fiducia in se stessa. Ma affinché ciò accada, la relazione con lo psicoterapeuta dovrà  offrire un “contenitore” davvero saldo e sicuro all’interno del quale potere sperimentare la possibilità di fidarsi e di affidarsi .
Il lavoro sull’alleanza diventa la conditio sine qua non sulla cui base riattraversare i dolori, le umiliazioni di una storia che per essere interiormente elaborata ha bisogno di essere in parte rivissuta.
E’ necessario rivedere tutto ciò che di malato c’è stato fino a quel momento nella relazione perversa per potere lentamente preparare il terreno al fine di sostituire tutto ciò con schemi, circuiti e atteggiamenti più sani ed equilibrati.
Cominciare a vedersi e a riconoscersi come protagonista attiva nel tenere in piedi i giochi relazionali patologici della coppia è duro e doloroso, perché richiede che la vittima si confronti con le proprie ferite, con i bisogni di amore e di sicurezza insoddisfatti.
La personalità della vittima è contraddistinta dal bisogno di riconoscimento, di non venire abbandonata, di non restare sola, ma talvolta il lavoro verso l’autonomia e l’indipendenza, può essere vissuto come alieno, estraneo e persino ingiusto.
La necessità è quella di potere vedere riconosciute la propria dignità e identità di persona e potere sperimentare ciò che significa essere fiere di sé portando avanti un progetto di vita, prendendo decisioni autonomamente e con responsabilità.
Il processo di responsabilizzazione è proprio ciò che determina il confine tra ciò che appartiene a me e ciò che appartiene all’altro, significa comprendere che, se la donna lo vuole, può sottrarsi al gioco del quale è stata fino a quel momento prigioniera.
Tale passaggio non è affatto scontato: spesso scattano forti resistenze che impediscono l’accesso ad un modo sano di “pensarsi” e di “vedersi”, primo momento essenziale per l’eventuale cambiamento.
La lotta per  l’indipendenza non è facile: spesso ciò che prevale è la rassegnazione: la donna si sente troppo debole per dare inizio a qualcosa di nuovo che si concepisce come troppo lontano, troppo utopistico. Spesso lottare significa andare contro tutto e tutti, significa sapere confrontarsi con  l’isolamento da parte della famiglia, la critica, il biasimo come donna che non ha tutelato a sufficienza la famiglia o non ha saputo “tenersi” il marito.
Affinché il suo percorso possa portare buoni frutti, è necessario che il lavoro psicologico sia orientato a rafforzare le parti “carenti”, bisognose di sostegno e di  supporto, bisogni che la vittima ha cercato per lungo tempo di soddisfare all’interno della relazione malata con il suo persecutore. Se queste parti non vengono sufficientemente accolte ed “elaborate” il rischio è quello di riattualizzare il proprio copione andando inconsapevolmente alla ricerca di una nuova relazione altrettanto “malata”, perversa attraverso il legame con un nuovo carnefice.
Per evitare tutto questo è essenziale che la vittima cominci a scoprire il suo vero valore, il vero significato dell’ “essere donna”; bisogna che le venga proposta una visione diversa della realtà in cui è immersa, per cominciare a comprendere, a sentire, che può fare una scelta, che può liberarsi dalla morsa che la tiene stretta e che la priva di godere della sua vita, della sua femminilità, di tutto ciò che di più sano e prezioso ha dentro di sé.
Cambiare prospettiva significa in questo senso smettere di percepirsi come “non degna” d’amore, significa entrarsi dentro e guardare la parte più bella di sé, la parte che grida e che chiede aiuto, per potere “sentire” dal “di dentro” che una via d’uscita c’è, che salvarsi, sperare e volere una vita più sana non è soltanto un diritto ma anche un dovere verso se stessa.
E’ tutto questo che sostiene la persona a portare avanti un percorso che, per quanto difficile e doloroso, rappresenta ciò che vuol dire amare e potersi amare.
Proprio per la tipologia dell’argomento particolarmente intenso, desidero lasciarvi con un messaggio positivo facendo riferimento ad uno scritto di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari scomparsa nel marzo scorso e che ha dedicato la propria vita ad un’insigne opera umanitaria ovvero quella di favorire il dialogo tra culture, religioni e popoli diversi in nome della fraternità universale.

Un Inno alla Donna
“Le donne sono un dono per l’umanità(. . .), nella loro femminilità, nella loro specifica originalità, nella loro amabilità e bontà connaturali, nella loro innata capacità di essere fonte di gioia e di pace per quanti le circondano, nella loro grazia, si da essere definite autorevolmente: «Forse il capolavoro della creazione››.
(…) donne, spose, madri, vergini, vedove, che il più delle volte, sconosciute e nel silenzio, lievitano la nostra società, fungendo da parafulmine per molte calamità.
[Nella donna] resta vivo e costante il “vivere per l’altro” per ogni componente della famiglia, sciogliendo problemi, con quella capacità pacificante e unificante che è loro tipica; appianando contrasti, sapendo perdonare, in una condivisione armonica di compiti e responsabilità, che porta anche la famiglia ad aprirsi sull’intera umanità.
Nella vita sanno essere protese verso l’altro, attente ad ogni essere umano, danno nuovo impulso alle più varie forme di intervento, per riumanizzare le strutture ed imprimervi nuova vitalità. Sanno impegnarsi in problemi cruciali per l’umanità.
[…]Conquistano i cuori, sono in grado di aprire dialoghi profondi portando unità e collaborazione.”  .

In Chiara Lubich – La dottrina spirituale.

Riferimenti bibliografici:

  • A. Bernardini Pace, Calci nel cuore, ed. Mondadori
  • R. Norwood, Donne che amano troppo, ed. Feltrinelli
  • E. Rosci, Mamme acrobate, ed. Rizzoli
  • A cura di M. Vandeleene, Chiara Lubich – la dottrina spirituale, ed. Mondadori

 

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